hora de chegar e amar na Andalusia!
جادك الغيث إذا الغيث همى
يا زمان الوصل بالأندلس
Texto completo
The only indigenous attempt - and a schematic one at that - at simplifying the complex rules of Classical Arabic was Anis Furayḥa's نحو عربية ميسرة [Towards a Simplified Arabic], published in 1955. There is a presumably apocryphal story that when some of Furayḥa's academic colleagues who earned their living teaching Classical Arabic saw the title of his book, they protested, يا استاذ شلينا نعيس - liberally translated, "Oh Professor, please don't take away our livelihood!"
[Nel trattato di Paracelso De nymphis, sylphis, pygmeis et salamandris et caeteris spiritibus] la ninfa si inscrive nella dottrina bombastiana degli spiriti elementari (o creature spirituali), ciascuno dei quali è legato a uno dei quattro elementi: la ninfa (o ondina) all’acqua, i silfi all’aria, i pigmei (o gnomi) alla terra e le salamandre al fuoco. Ciò che definisce questi spiriti — e la ninfa in particolare — è che essi, pur essendo nell’aspetto in tutto simili all’uomo, non sono stati generati da Adamo, ma appartengono a un grado secondo della creazione, «diverso e separato tanto dagli uomini che dagli animali». Esiste, secondo Paracelso, una «duplice carne»: una che viene da Adamo, crassa e terrena, e una non adamitica, sottile e spirituale. (Questa dottrina, che implica, per certe creature, una creazione speciale, sembra l’esatta controparte della dottrina de La Peyrére della creazione preadamitica dei gentili). Ciò che definisce, in ogni caso, gli spiriti elementari, è che essi non hanno un’anima, e non sono quindi né uomini né animali (in quanto posseggono ragione e linguaggio), e nemmeno propriamente spiriti (in quanto hanno un corpo). Più che animali e meno che umani, ibridi di corpo e di spirito, essi sono puramente e assolutamente «creature»: creati da Dio negli elementi mondani e soggetti come tali alla morte, essi sono per sempre fuori dall’economia della salvezza e della redenzione:
«Benché siano entrambe le cose, cioè spirito e uomo, non sono tuttavia né l’una cosa né l’altra. Non possono essere uomini, perché si muovono come spiriti; non possono essere spiriti, perché mangiano, bevono e hanno carne e sangue (…). Sono quindi creature particolari, diverse dalle prime due e formata da una sorta di mistione della loro doppia natura, come un composto di dolce e di aspro o come due colori in un’única figura. Si deve ribadire, però, che, pur essendo in un certo modo tanto spiriti che uomini, non sono né l’uno né l’altro. L’uomo ha un’anima, lo spirit ne è privo. Queste creature sono entrambe le cose e tuttativa non hanno anima; ma nemmeno sono, per questo, spiriti. Lo spirito, infatti, non muore; la creature muore. Nemmeno è come l’uomo, perché non ha anima. È dunque un animale, e, tuttavia, più che animale. Muore come gli animali, ma il corpo animale non ha, come lui, una mente. È dunque un animale che parla e ride proprio come glio uomini (…). Cristo è nato e morto per coloro che hanno un’anima e sono stati generati da Adamo. Non per queste creature, che non provengono da Adamo: pur essendo in qualche modo uomini, mancano di un’anima».
Paracelso si sofferma con una sorta di amorosa compassione sul destino di queste creature del tutto simili all’uomo, e tuttavia condannate senza colpa a una vita puramente animale: «Sono un popolo di umani, che muoiono, però, con be lestie, camminano con gli spiriti, mangiano e bevono con gli uomini. Muoiono come animali, senza che nulla rimanga di essi. La loro riproduzione è simile a quella umana… e tuttavia non muoiono come gli uomini, ma come il bestiame. Come ogni carne, anche la loro carne si corrompe (…). Nei costumi, nei gesti, nella lingua, nella saggezza sono perfettamente umani; come gli uomini, virtuosi o viziosi, migliori o peggiori (…). Vivono com gli uomini sotto una legge, mangiano l’opera delle loro mani, tessono per sé vesti che indossano come gli uomini, usando della ragione e governando le loro comunità con giustizia e saggezza. Benché siano animali, hanno l’umana ragione — solo sono privi dell’anima. Per questo non possono servire Dio né camminare nelle vie del Signore.»
Come uomini non umani, gli spiriti elementari di Paracelso costituiscono l’archetipo ideale di ogni separazione dell’uomo da se stesso (l’analogia col popolo ebraico è anche qui sorprendente). Ciò che definisce, tuttavia, la specifità delle ninfe rispetto alle altre creature non adamitiche, è che sse possono ricevere un’anima se si uniscono sessualmente con un uomo e generano con lui un figlio. Qui Paracelso si collega a un’altra, più antica tradizione, che legava indissolubilmente le ninfe al regno di Venere e alla passione amorosa (e che è all’origine tnato del termine psichiatrico «ninfomania» che, forse, di quello anatomico che designa come nymphae le piccole labbra della vagina). Secondo Paracelso, infatti, molto «documenti» attestano che le ninfe «non soltanto appaiono agli uomini, ma hanno commercio sessuale (copulatae coiverint) con essi e generano dei figli». Se ciò avviene, tanto la ninfa che la sua prole ricevono un’anima e diventano così veramente umane. «Ciò può essere provato con molti argomenti, in quanto, pur non essendo eterne, si uniscono con gli uomini e lo diventano — cioì acquistano, come gli uomini, un’anima. Dio le ha infatti create così simili e conformi agli uomini, che nulla si potrebbe pensare di più somigliante. Ma vi aggiunse il miracolo di privarle dell’anima. Ma unendosi agli uomini in stabile unione, allora questa unione conferisce loro un’anima (…). È chiaro, dunque, che senza gli uomini sarebbero animali, come gli uomini senza il patto con Dio sarebbero nulla (…). Per questa ragione le ninfe ricercano gli uomini e spesso si accoppiano in segreto con essi.»
Tutta la vita delle ninfe è posta da Paracelso sotto il segno di Venere e dell’amore. Se egli chiama «Monte di Venere» la società delle ninfe (collectio et conversatio, quam Montem Veneris appellitant… — congregatio quaedam nympharum in antro… — come non riconoscere qui un topos per eccellenza della poesia amorosa), è perché Venere stessa non è, in verità, che una ninfa e un’ondina, anche se la più alta in rango e un tempo, prima di morire (qui Paracelso si confronta a suo modo col problema della sopravvivenza degli dei pagani) la loro regina (iam vero Venus Nympha est et undena, caeteris dignior et superior, quae longo quidem tempore regnavit sed tandem vita functa est)».
Condannate in questo modo a un’incessante, amorosa ricerca dell’uomo, le ninfe conducono sulla terra un’esistenza parallela. Create non a immagine di Dio, ma dell’uomo, esse ne costituiscono una sorta di ombra o di imago, e, come tali, perpetuamente accompagnano e desiderano — e ne sono, a loro volta, desiderate — ciò di cui sono immagine. E solo nell’incntro con l’uomo le immagini inanimate acquistano un’anima, diventano veramente vive: «E come abbiamo detto che l’uomo è un’immagine di Dio, plasmata secondo la sua immagine, così si può dire che queste creature sono le immagini dell’uomo, formate secondo la sua immagine. E come l’uomo non è Dio, anche se fatto a sua immagine, così queste creature, pur essendo creatre a ummagine dll’uomo, rimangono quali sono state plasmate, come l’uomo rimane tale quale Dio lo ha creato.»
La storia dell’ambigua relazione fra gli uomini e le ninfe è la storia della difficile relazione fra l’uomo e le sue immagini.
Inevitably, some Franks did learn local languages as well as more generally becoming acculturated with the Near East in diet, dress, hygiene, economic activity and accommodation. A smattering of Arabic for judicial, diplomatic or administrative purposes may have been common place; at least one western knight, William de Preaux, managed to learn the Arabic for king, malik, during the Third Crusade, using it to divert the attention of Turkish troops away from Richard I during an ambush near Jaffa in 1191. Learning to speak, even read, other languages came as less of a burden to twelfth-century western aristocrats than to some of their modern successors. In addition to his own local vernacular, an educated nobleman would have daily confronted Latin (if only in church or at prayers) and probably numerous other vernaculars, if only orally. Henry II of England was fluent in northern French and Latin, with a smattering of other western European languages; his son Richard I cracked jokes in Latin and recited verse in northern and southern French. To rule England or Sicily, Norman rulers or their officials needed to be trilingual; Bohemund [de Antioquia] spoke Greek.
Among the Frankish nobility in Outremer [Estados Cruzados], captivity provided a more peculiar school of languages; during his imprisonment in the 1160s, Raymond III of Tripoli learnt Arabic, probably not a unique pastime among long-stay prisoners. Others acquired Arabic out of curiosity, intellectual energy, political judgement or necessity. Reynald lord of Sidon (1171-1200) employed a Muslim language teacher, enjoyed religious debate and studied Arabic literature. Sufficiently fluent and adept to charm Saladin himself, Reynald used his linguistic skill to bamboozle the sultan into withdrawing from his stronghold at Beaufort in May 1189 and buy a year’s grace and good surrender terms for his castle. Later Reynald acted as a diplomat in negotiations with Saladin during the Third Crusade. Another Frankish noble who, according to Saladin’s associate and biographer Baha’ al-Din Ibh Shaddad (1145-1234), spoke Arabic well was the effeminate Humphrey III of Thoron, whose linguistic talent was in turn employed by Richard I of England in his negotiations with Saladin in 1191. Both Reynald and Humphrey came from families long established in Outremer, their proficiency in Arabic, while striking Arabic chroniclers as sufficiently unusual to be worthy of note perhaps reflecting a growing facility among the Latin rulers, surrounded as they were, even in their own households, by Arabic-speaking Christians as well as a few Muslims and Arabized Jews.
Throughout the twelfth century, chance comments or descriptions of exchanges between Franks and Arabic-speaking neighbours, even at the level of spying, hint at a perhaps wide pool of linguists. The parallel may be with Anglo-Norman England, Sicily and Spain, where conquerors encountered resilient and sophisticated local languages of learning, literature, government and an indigenous social elite. Again, in the context of relations with Syrian Christians, the desire to communicate, even if not strictly imperative for political or administrative survival, appears unsurprising. Much the same could be said of other eastern elite languages. The charter recording the negotiations between the Hospitallers and Meletus the Syrian archbishop of Gaza and Bethgibelin of 1173 is bilingual in Latin and Greek. The Edessan nobleman Baldwin or Marasch, killed in a failed attempt to recapture Edessa in 1146, spoke fluent Armenian and employed an Armenian priest as his confessor.
Freedom as a political phenomenon was coeval with the rise of the Greek city-states. Since Herodotus, it was understood as a form of political organization in which the citizens lived together under conditions of n-rule, without a division between rulers and ruled. This notion of no-rule was expressed by the word isonomy, whose outstanding characteristic among the forms of government, as the ancients had enumerated them, was that the notion of rule (the 'archy' from ἄρχειν in monarchy and oligarchy, or the 'cracy' from κρατεῖν in democracy) was entirely absent from it. The polis was supposed to be an isonomy, not a democracy. The word 'democracy', expressing even then majority rule, the rule of the many, was originally coined by those who were opposed to isonomy and who meant to say: What you say is 'no-rule' is in fact only another kind of rulership; it is the worst form of government, rule by the demos.
Hence, equality, which we, following Tocqueville's insights, frequently see as a danger to freedom, was originally almost identical with it. But this equality within the range of the law, which he word isonomy suggested, was not equality of condition — though this equality, to an extent, was the condition for all political activity in the ancient world, where the political realm itself was open only to those who form a body of peers. Isonomy guaranteed ἰσότης, equality, but not because all men were born or created equal, but, on the contrary, because men were by nature (φύσει) not equal, and needed an artificial institution, the polis, which by virtue of its νόμος would make them equal. Equality existed only in this specifically political realm, where men met one another as citizens and not as private persons. The difference between this ancient concept of equality and our notion that men are born or created equal and become unequal by virtue of social and political, that is man-made, institutions can hardly be over-emphasized. The equality of the Greek polis, its isonomy, was an attribute of the polis and not of men, who received their equality by virtue of citizenship, not by virtue of birth. Neither equality nor freedom was understood as a quality inherent in human nature, they were both not φύσει, given by nature and growing out by themselves; they were νόμῳ, that is, conventional and artificial, the products of human effort and qualities of the man-made world.
The deliberations of [the Council of Nicaea II in 787] allow us a fascinating glimpse of a world of ambitious, frequently irate bishops and slanted scholarship based on the corruption or forgery of proof texts, in other words patristics in full cry, powered as much by testosterone as testimonia.